BOVARY

Emma ha una vita tranquilla. Un marito, una casa, un lavoro. Eppure è sempre inquieta. Trasloca, diventa madre, cerca
un modo per dare un significato alla sua esistenza, ma le sue aspettative vengono sempre deluse. La sua ultima
possibilità? Vivere un amore straordinario o qualcosa che almeno ci somigli. Così cerca una vita nuova, ma finisce per
ritrovarsi sempre uguale a sé stessa: affamata soltanto di tutto quello che non c’è.

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In viaggio con gli INTI ILLIMANI

Un’altra avventura, incroci e incontri, storie che si intrecciano ancora una volta per crearne di nuove: è lo spettacolo “In viaggio con gli Inti-Illimani. Uno spettacolo di storie e canzoni” che vede protagonisti i fratelli Jorge e Marcelo Coulon dello storico gruppo cileno, il cantautore fiorentino Giulio Wilson e lo scrittore Federico Bonadonna.

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SHAKESPEARE A PEZZI

il monologo di Omar Nedjari e interpretato da Enrico Ballardini ripercorre la storia del Bardo e le sue opere in una folle rincorsa all’aneddoto che spesso nasconde la vera ragione che spinse il più grande autore di tutti i tempi a scrivere le sue opere.

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DE/FRAMMENTAZIONE

La quarta edizione di NESSUN CONFINE, stagione curata da Compagnia Carnevale e dedicata alla nuova drammaturgia contemporanea, prosegue con DE/FRAMMENTAZIONE Dramma Assoluto con Incursioni a Latere di Io Epico, ovvero UNA STORIA DI IMPOSSIBILITÀ

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FEAR NO MORE

In occasione del centenario di Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, Fear No More si ispira alla vicenda del romanzo e mette in scena un dialogo profondo e visionario tra un’autrice – che è la Woolf ma anche in filigrana la stessa Francesca Sangalli – e i suoi personaggi.

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PASSI

PASSI

MILANO OFF FRINGE FESTIVAL 2025

Centro Studi Circolo Caldara

    9 | 12 ottobre 2025

Autore Marco De Rossi
Regia Gianmarco Busetto
Interpreti Marco De Rossi
Luci Marco Duse
Musiche Marco Duse
Costumi Farmacia Zooè
Produzione Farmacia Zooè

           La storia di un atleta…riflettevo, all’ingresso a teatro…

Inizia la pièce; le luci bianche, fredde, glaciali mi invadono il viso…l’impatto è duro.

Il racconto scenico si snoda come un nastro che si riavvolge con un ritmo lineare che rende possibile l’inserimento dei ricordi dell’atleta.

Siamo davanti a storie che si incrociano e si mescolano; oggi con ieri, presente e passato e di nuovo presente. Questo gioco temporale crea movimento non solo scenico-attoriale ma anche emozionale. Il pubblico in platea assorbe queste energie che dilatano lo spazio azionando una partecipazione emotiva fuori e dentro la scena. Attore e pubblico fanno parte della stessa storia, di quel prima e di quel dopo ma anche di quel durante che li unisce nel momento presente.

I suoni, i gesti, le parole segnano espressioni sonore che smuovono l’animo e lo trasportano accanto ai protagonisti del racconto. Poesia e azione, sussulto e timore, ansia e speranza, dubbi e colpi di scena, vita e morte…

La vita di questo grande atleta è segnata da esperienze che vissute tutte insieme sembrano più vite in una; la divisione emotiva che si percepisce e che vibra nell’animo del campione è la stessa che gli consente di procedere e trovare la strada per la vittoria. Taluni la chiamano resilienza, io la chiamo resistenza umana perché, questa è la storia di un essere umano che è riuscito a restare “umano” nonostante tutto e, di questa capacità, ne ha fatto il proprio bagaglio di risorse vitali da rimettere in gioco quando necessario. Le brutture non lo hanno annichilito e neanche indebolito o arreso; Abdon Pamich è un uomo che ha vinto non solo tutti i titoli sportivi ma soprattutto la propria esistenza, resistendo e traendo insegnamento umano da quello stesso umano che soffriva e cercava la vita pur trovandosi ripetutamente di fronte alla morte.

E’ una messa in scena da non perdere; una possibilità di teatro che non si può lasciare andare via.

Uno degli spunti di riflessione che possiamo cogliere è dato dall’intreccio creato dall’alternanza dei ricordi del passato e la realtà del protagonista in gara olimpica; questa fluttuazione spazio temporale racconta come l’uomo del presente è la somma dei momenti di vita passati. L’uomo è la risultante di ciò che ha vissuto, delle scelte che ha fatto, delle persone che ha incontrato, delle sfide che ha dovuto affrontare, delle azioni e decisioni che ha dovuto e/o saputo prendere e di quella forza e caparbietà di voler vivere che ha voluto e/o saputo recuperare.

La storia di questo atleta è parte del passato ma anche del nostro futuro, un baluardo alla possibilità di vivere e di scegliere la vita, quell’attimo fuggente che può creare nuove prospettive a seconda di come lo cogliamo.

Questo spettacolo ha la forza e il coraggio di raccontare e mostrare: anche noi spettatori siamo lì, davanti e dentro le foibe, siamo lì in treno e ci raggeliamo quando ci chiedono quei documenti che non abbiamo e sappiamo perché…vediamo allontanarci dai nostri familiari e il cuore che batte forte mentre il respiro si affanna dal dolore che cerchiamo di ributtare giù, in fondo a noi stessi e che, chissà, quando potremo riprenderlo normale…

Il racconto portato in scena non è melodrammatico e pietoso ma ha la forza della dignità e della speranza dell’essere umano che porta sul podio più alto la VITA.

 

Margareth Londo

La storia vera di Abdon Pamich, esule e profugo fiumano diventato campione olimpionico di marcia a Tokyo nel 1964. Un racconto di sport e resilienza.

Nel 2020 il testo è stato premiato come migliore drammaturgia alla XXX edizione del Festival Segnali di Milano.

LA FINTA AMMALATA

LA FINTA AMMALATA

Photo Maria Letizia Avato

TEATRO SAN BABILA

    16 | 18 febbraio

COMPAGNIA MC SIPARIO

 Franco Oppini  .  Miriam Mesturino  .  Roberto D’Alessandro

Giorgio Caprile  . Luca Negroni  . Giorgia Guerra

Riccardo Feola  . Ada Alberti

 LA FINTA AMMALATA di Carlo Goldoni

regia Giorgio Caprile

Un tuffo nel mondo goldoniano con un adattamento che non stravolge ma accompagna la storia e ne ritaglia sfumature e tratti della Commedia dell’Arte. La pièce è accompagnata da musiche originali che ne sottolineano tempi, ingressi e uscite dei personaggi, cambi scena e attese. Il linguaggio, fedele come i costumi di scena, risuona e giunge al pubblico insieme alle azioni calibrate e semplici capaci di dirigere le reazioni del pubblico attento e piacevolmente accattivato.

 

Non sono presenti stravaganze per colpire l’occhio dello spettatore; tutto è giocato con la parola, il gesto e l’espressione verbale. Non si fatica a intuire e lasciarsi guidare dalla semplicità dello spaccato che prende vita momento dopo momento. La scenografia, semplice, non invade ma guida sinteticamente lo spazio; lo descrive ma non lo narra, lo delimita ma non lo invade. Lo spazio si apre sui personaggi in quanto sono loro ad animarlo. 

Il resto lo fa il regista che, con Goldoni, racconta una storia che ben si presta ai giorni nostri e il cui spaccato umano si pone ben chiaro davanti agli occhi del pubblico. 

 

Si comprendono le piccolezze umane come anche le timidezze, le paure e le ansietà. E, ci si accorge come l’uomo e le sue umane vicissitudini si ripetono e cercano di insegnarci cose che continuamente perdiamo per poi riprenderle e riperderle ancora. 

 

L’umano è un divenire di passato che si sviluppa nel tempo, che viaggia in avanti ma che porta il fagotto di ciò è stato senza ancora la consapevolezza di quel ci ha voluto insegnare. Così, le domande sono le medesime di un tempo.

Ridiamo di quanto vediamo e, insieme, di noi stessi, consci e incosci di quanta verità Goldoni ancora oggi ci comunica, tra un sorriso e un’altro.

 

Margareth Londo

Photo Maria Letizia Avato

Questa farsa non è mai stata rappresentata in tempi moderni, se non in versione operistica. Credo che una tale opera, dove il mondo della medicina è oggetto di satira e viene rappresentato con poca fiducia, evidenziando l’approssimazione con cui i presunti luminari arrivano a diagnosi e terapie, debba avere il suo spazio nei luoghi per cui è stata scritta e cioè nei teatri di prosa.

 

Ne proponiamo un allestimento fedele all’epoca goldoniana nei costumi come nel linguaggio: il mio adattamento rispetta l’originale, rendendolo in alcuni punti più fruibile per il pubblico di oggi e riducendo i tre atti in due. Le musiche originali sono di Paolo Vivaldi.

 

Mi ha particolarmente attratto di questo testo l’occasione di reinterpretare, sempre nell’ottica di una fedeltà creativa, diversi elementi legati alla Commedia dell’arte: l’interpretazione del veneziano Pantalone è affidata alla grande esperienza attoriale e alla comicità sempre innovativa di una “maschera” dei giorni nostri come Franco Oppini, tra l’altro veneto di formazione.

 

Tra gli interpreti dei dottori consultati sulla malattia di Rosaura, di cui ho voluto evidenziare in modi e movenze la vicinanza alle maschere, in questa nostra versione figura un maestro della commedia dell’arte quale Luca Negroni, che cura anche i movimenti di maschera dello spettacolo. Anche lo Speziale vive in una caratterizzazione degna di una maschera, grazie alla comicità surreale di Roberto D’Alessandro. Colombina si colora qua e là di toni siciliani e diventa Agatina con la personalità esplosiva di Ada Alberti.

Personaggi più vicini invece alla Commedia di carattere sono Rosaura, la finta ammalata del titolo, che ho voluto affidare ad una affermata interprete di protagoniste goldoniane come Miriam Mesturino, il “bello e buono” Dottor degli Onesti che ha le sembianze di Riccardo Feola, volto di eroi della tradizione teatrale come l’Oreste di Eschilo e l’elegante Beatrice, amica attenta e diplomatica, che è interpretata da Giorgia Guerra, attrice che ben si muove nel repertorio classico da Plauto a Molière.

 

Il regista Giorgio Caprile

NELL’OCCHIO DEL LABIRINTO – Apologia di Enzo Tortora

L'OCCHIO DEL LABIRINTO

Photo LAILA POZZO
FUORI NIGUARDA | Teatro Elfo Puccini 

    13 | 18 febbraio

 scritto e diretto da Chicco Dossi

con Simone Tudda

primo spettatore Renato Sarti

produzione Teatro della Cooperativa

si ringrazia l’Associazione Enzo Tortora

Un uomo, una vita. 

Poi, lo stravolgimento, la malagiustizia, la crudeltà, l’accanimento.

Siamo dinanzi all’esistenza di un innocente che è visto come un nemico e che diviene, egli stesso, colui il quale restituisce voce a tutti gli altri “se stesso” che non ne hanno. 

 

Enzo Tortora e la sua storia tornano a vivere sulla scena attraverso un testo ricco di sfumature, colori, riflessioni, umanità e disumanità: ci vuole così poco per cadere “nell’occhio del labirinto”. E’ quello che avviene a un uomo completamente estraneo a tutto quello che gli sta accadendo e, incredulo, stenta a comprendere. 

Ne percepiamo lo sguardo, con la ricerca interiore dettata dall’angosciante paura del non ritorno alla propria vita “riconoscibile”.

 

Le parole del narratore-uomo pubblico scivolano via, una dopo l’altra, come il tempo avviluppa la vita, la conduce e la lascia fluire per bloccarla e ancora liberarla. Così, la storia di Enzo Tortora racconta se stessa: l’uomo narrato diventa il narrante che vive i momenti mentre li osserva cercando di trarne risposte con le mille domande ancora sospese. “I se e i ma” si librano nell’aria; hanno peso e trasmettono freddo. 

Simone Tudda abilmente, mette in azione un corpo che muove abiti, sempre gli stessi e riconoscibili, che identificano ora il protagonista, poi, pause dialogative e ancora sospensioni temporali…quelle che servono alla memoria e ai pensieri per cercare il “senso” di tutto quel male capace di ribaltare la vita del nostro protagonista. 

 

Un contraccolpo esistenziale. Come agire alle ribellioni della vita quando sono architettate da uomini assetati di “male”? E come si può uscire da un incubo del genere?

Il regista e autore della pièce Chicco Dossi ci pone davanti a questa evidenza umana: Enzo Tortora è un uomo ma anche un portavoce di innocenza. Conduce se stesso davanti a un tribunale che sa bene essergli avverso eppure, porta lì davanti la sua dignità e null’altro. Cosa faremmo noi? Cosa ci dice Tortora con tutto il dolore che lo ha divorato, momento per momento? Esiste la giustizia e possiamo noi credere in lei? E se questo è accaduto a un uomo pubblico, quanti uomini comuni stanno pagando per colpe non commesse?

 

Tortora viene assolto quale persona innocente ma ormai è morto a se stesso. Divorato internamente da tutto il male ingoiato e trattenuto per avere il coraggio di guardare in faccia i propri carnefici. Nella gratuità, la sua luce, pur spegnendosi in un corpo annientato, si è espansa, illuminando le speranze di quanti lottano silenziosamente: mai arrendersi anche quando tutto sembra finito e irreversibile. Una possibilità può nascere. Questa la lezione umana e di vita che Tortora lascia a ognuno di noi, quali testimoni della memoria del male.

 

Margareth Londo

Photo LAILA POZZO

Dalle parti di Corso Magenta, a Milano, proprio davanti al Teatro Litta, c’è Largo Enzo Tortora. Quasi più una commemorazione che una targa toponomastica – non credo che possieda nemmeno un numero civico – in piccolo, sotto il nome, reca la scritta giornalista e le date di nascita e di morte: 1928-1988.

 

Più per curiosità che per senso civico, un giorno, ho deciso di informarmi. Ho scoperto che il caso Tortora era ben noto alla generazione di mia madre e assolutamente sconosciuto alla mia. Un caso di malagiustizia, forse ancora più eclatante perché perpetrato ai danni di una persona nota agli italiani, dal momento che il suo volto teneva banco per un’ora e mezza a settimana sulle reti nazionali. Un episodio che assumeva contorni sempre più agghiaccianti, man mano che lo approfondivo: nessuna presunzione di innocenza, accuse mosse senza prova alcuna, magistrati smaniosi di arrestare il nome grosso che non leggono gli atti dei processi, blitz antimafia venduti alla stampa ancora prima che avvengano, il tutto ai danni di un uomo totalmente estraneo ai fatti e non associato in alcun modo agli ambienti camorristici.

 

Spesso riteniamo che il XXI secolo sia l’era delle fake news, dello strapotere dei media – siano essi tradizionali o social – nel dirigere da una parte o dall’altra l’opinione pubblica. Il caso Tortora è l’esempio lampante di come la manipolazione delle informazioni affondi le sue radici più indietro nel tempo: testate autorevoli e firme di tutto rispetto hanno contribuito a questa grottesca macchina del fango basata su pettegolezzi giudiziari, fiumi di calunnie imperniate sul sentito dire, cacce grosse allo scoop più bieco per dipingere una persona onesta come un mostro dalla doppia faccia, quella del presentatore che intrattiene le famiglie sulla TV di Stato e quella del malavitoso capace di spostare milioni di lire e chili di cocaina con uno schiocco di dita.

 

Il caso Tortora non è incredibile soltanto per la crudeltà con cui giudici, stampa e opinione pubblica si sono accaniti nei confronti di un innocente. La storia di Enzo è la storia di un uomo, che, dall’alto della sua posizione di personaggio pubblico, ha deciso di farsi portavoce di una battaglia che non ha colore politico: quella della giustizia giusta. Avrebbe potuto darsi alla macchia come già altri – meno innocenti – che prima di lui avevano fatto, avrebbe potuto sottrarsi a un processo che sapeva essere iniquo. Consapevole di essere innocente, Tortora si è spogliato dell’immunità di europarlamentare per farsi giudicare da un tribunale che non lo vedeva come imputato, ma come nemico. Consapevole di essere innocente, ha messo la sua storia a disposizione di tutte le persone che sono nella sua stessa situazione, ma non hanno i mezzi e le possibilità di essere giudicate in maniera equa.

 

Il monologo – interpretato da Simone Tudda – si dipana in una narrazione continua, dove la diegesi oltrepassa i confini narrativi per sfociare nel dialogo, risale nel resoconto storico, dove i dati sono sempre raccontati in maniera essenziale per comprendere le vicende, si alterna tra la terza persona di un narratore onnisciente, che va a spiare i detenuti del carcere di Forte Longone e la prima persona del giornalista, fino a scavare nella sua interiorità nel momento dell’arresto, provando a immaginare come possa essersi sentito, braccato in piena notte, dai carabinieri all’Hotel Plaza di Roma. Iniziano così i suoi anni nell’occhio del labirinto, espressione che vuole unire la claustrofobia di chi non sa quando, e soprattutto se, potrà uscire dalla prigionia fisica e mentale con il voyeurismo giustizialista della stampa, che, per una copia venduta in più, non ha esitato a ignorare i fatti per far posto al sensazionalismo più bieco.


Il regista Chicco Dossi