IL MISANTROPO
TEATRO FRANCO PARENTI
03 | 11 marzo 2026
SALA GRANDE
IL MISANTROPO
di Molière
progetto e collaborazione alla traduzione di Andrée Ruth Shammah e Luca Micheletti
regia Andrée Ruth Shammah
traduzione Valerio Magrelli
con Fausto Cabra e con (in o.a.) Marco Balbi, Bea Barret, Manuel Bonvino, Angelo Di Genio, Filippo Lai, Margherita Laterza, Francesco Maisetti, Edoardo Rivoira, Emilia Scarpati Fanetti, Andrea Soffiantini
e la partecipazione di Corrado d’Elia
scene Margherita Palli
costumi Giovanna Buzzi
luci Fabrizio Ballini
musiche Michele Tadini
cura del movimento Isa Traversi
produzione Teatro Franco Parenti
ALTRI CREDITS
assistente alla regia Diletta Ferruzzi
assistente scenografo Marco Cristini
seconda assistente scenografa Matilde Casadei
pittore scenografo Santino Croci
direttore di scena Mattia Fontana
elettricista Gianni Gajardo
fonico Marco Introini
sarta Alessia Di Meo
truccatrice Sofia Righi
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti
costumi realizzati da LowCostume in collaborazione con la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
Durata: 2 ore e 30 minuti (compreso intervallo)
Torna nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti Il Misantropo, con la regia di Andrée Ruth Shammah e la traduzione di Valerio Magrelli: un’edizione che rinnova e approfondisce la ricerca della regista su Molière, nel segno di un dialogo vivo con uno degli autori più lucidi e moderni della storia del teatro.
A debutto nel 1666, è tra le opere più alte e amare di Molière: una commedia filosofica e insieme sentimentale, feroce e attualissima, che mette a nudo le ipocrisie sociali, il conflitto tra verità e convenzione, tra ideale e compromesso. Un classico capace ancora oggi di interrogare il nostro tempo, con una lingua limpida e affilata che continua a parlarci con sorprendente urgenza.
PRESENTAZIONE a cura di MARGARETH LONDO
Chi è oggi il Misantropo?
Quanto siamo in grado di dire le cose con chiarezza e a prendere le responsabilità pur nel dubbio degli accadimenti?
Il percorso è sempre introspettivo eppure espanso fino al presente che viviamo.
Attraverso un viaggio scenico e una rilettura registica fatta di attento discernimento e accurata scelta di tempi e caratteri, questo lavoro della regista Andrée Ruth Shammah segna un percorso registico permeato dalla sintesi fatta di follia e consapevolezza, di danza tra ragione e torto, di sguardo analitico ma mai di giudizio; come il porgere un guanto perché venga colto e raccolto l’invito all’accoglienza, in condivisione e con la consapevolezza della libera reciprocità umana.
La scelta dei colori, coi costumi di scena, degli intervalli visivi dettati degli elementi scenografici, insieme alle luci con le angolazioni puntuali e le sonorità, rendono la pièce un mondo che torna a vivere e a raccontare ciò che Molière ha mirabilmente lasciato a noi, nuovi spettatori di un mondo a lui sconosciuto eppure non molto differente.
IL PUNTO DI VISTA DI MARGARETH LONDO
Il lavoro teatrale di Molière “Il Misantropo” portato in scena dalla regista Andrée Ruth Shammah regala al proprio pubblico visione e spunti dialettici che oltrepassano il tempo e interpretano il mondo che viviamo con naturale e vivida chiarezza.
Un cast di attori ben assortito attraverso cui la figura di Alceste, il protagonista della pièce, fa brillare l’attore e interprete Fausto Cabra. Il ritmo della dialettica, la gestualità che mai nasconde la naturale eleganza del personaggio insieme ai modi e all’armonizzarsi del lessico dell’epoca, poi, le movenze sceniche all’interno di uno spazio nato dalla mente creativa di Margherita Palli, per sublimare e trasporre il tempo che “fu” al tempo che “è”. Un personaggio riuscitissimo tale da magnetizzare il pubblico.
L’altrove, ossia il fuori scena visibile, lo immaginiamo; il ritmo delle arcate sul fondo cadenzano il rapporto tra il pieno e il vuoto spaziale ma anche un fuori e un dentro, il movimento che si dipana dalla fermezza insita nel carattere del nostro protagonista.
Siamo di fronte a una scenografia che pur nella propria staticità e presenza riesce a rimodularsi attraverso piccoli tocchi: lo spostamento di sedute e di cuscini, lo scendere e il risalire di lampadari, l’avvolgere e il dispiegare di tende e di sipari, capaci, questi ultimi, di trasformarsi all’occorrenza in luoghi di nascondimento, in meandri dell’immaginario, in ripari utili ai personaggi per raccontare il proprio essere fuori scena pur mantenendosi presenti. Lo spettatore riesce, in modo spontaneo, a carpire ogni singolo significante e a viverne il momento sia di azione che di riflessione.
I costumi di Giovanna Buzzi raccontano ogni personaggio con un colore specifico e non possono essere confusi tale è la capacità registica di guidare il racconto scenico per esatte suggestioni sonore, accenti, evoluzioni spaziali e movenze.
Insieme a Fausto Cabra non si può non sottolineare Corrado d’Elia che incornicia il personaggio di Oronte con grande maestria mimica e vocale. Strappa il sorriso al pubblico ma, con lo sguardo che riflette il luccichio furbesco del personaggio, ne lascia catturare interesse e intuizioni.
La giovane interprete di Celimene, Bea Barret, risulta ancora troppo giovane avendo accanto attori di maggiore esperienza e incisività sia espressiva che vocale. Sicuramente avrà modo di esprimere una maggiore presenza scenica nel prossimo futuro.
Molière con questo suo lavoro lascia ancora una volta una firma indelebile nel nostro “presente” e l’attenta regia di Andrée Ruth Shammah rende fluido ogni attimo scenico senza mai appesantire né sminuire le diverse contrapposizioni umane nel loro farsi attoriale.
L’attenzione del pubblico si mantiene sempre viva e mai distratta; cosa sarà rimasto nell’animo di ogni astante? Certo il sorriso ma, spero, anche tante riflessioni possibilmente nate dalle riflessioni filosofiche e le rispettive scelte di vita del nostro protagonista Alceste.
Margareth Londo
Con tutti i suoi personaggi incipriati, “indaffarati senza aver nulla da fare”, Il misantropo rinuncia alla comicità dirompente tipica dell’autore francese. È un lavoro totalmente “al presente”, violento, potente, perturbante. Una commedia tragica, venata di una forma di umorismo instabile e pericolante, che porta in sé, appena al di sotto della superficie comica, le vive ferite e il prezzo altissimo costato al suo autore: in essa emergono le nevrosi, i tradimenti, i dolori di un personaggio capace di trasformare tutto il proprio disagio e la propria rabbia in una formidabile macchina filosofica, esistenziale e politica, che interroga e distrugge qualunque cosa incontri nel suo percorso.
Ma questa commedia è allo stesso tempo anche il dramma di un essere inadeguato alla realtà, l’allucinata tragedia di un uomo che si scontra con il femminile. Difatti, il grande attore e registra francese Louis Jouvet diceva di questo testo che «è la storia di un uomo che vuole avere un incontro decisivo con la donna che ama e che alla fine di un’intera giornata non ci è ancora riuscito».
Il protagonista, Alceste, interpretato da Fausto Cabra, è un giovane rabbioso di sincerità, calato in un mondo ipocrita e ciarliero. Un Alceste, in costume, scuro, al centro di un mondo popolato da personaggi vestiti nella stessa foggia, ma in colori pastello diversi tra loro, a simboleggiare una società variegata nella forma, omologata però nella sostanza. Nella sua dirittura morale, nel suo rigore intransigente, Alceste pretende di dire sempre la verità, anche quando è scomoda. Odia l’ipocrisia del mondo, ma finisce per essere vittima della propria intransigenza. Non parla la lingua degli altri, ma nemmeno la propria. È lacerato tra ideali assoluti e passioni umanissime.
Accanto a lui Célimène, interpretata dalla giovanissima Bea Barett, una scommessa per Andrée Ruth Shammah che affida un ruolo importante a un talento emergente, investendo su una nuova generazione capace di misurarsi con la parola classica e con la complessità di un autore come Molière. Civettuola, intelligente, libera, Célimène non vuole rinunciare né al suo gioco sociale né all’amore esclusivo che Alceste pretende. Una “signora dei salotti” attorniata da una corte mondana specchio di una società elegante e vacua, raffinata e crudele, omologata nelle convenzioni. C’è però in questo personaggio anche un lato molto più umano e fragile: Célimène è anche una ventenne che terrorizzata dalla solitudine rifiuta di “seppellirsi” in un deserto per amore, rivendicando una libertà e un bisogno di indipendenza che la rendono molto vicina alle ragazze di oggi.
Le scene sono di Margherita Palli, i costumi di Giovanna Buzzi, le luci di Fabrizio Ballini, le musiche di Michele Tadini, la cura del movimento è di Isa Traversi.
Un elogio del pensiero critico, un’indagine ironica e disillusa sulla coerenza, sull’amore, sul ruolo dell’individuo di fronte al conformismo collettivo.
NOTE DI REGIA
Le prime battute vengono volutamente dette senza sipario per non dividere la scena dalle parole. Volevo andare all’essenza del testo, liberarlo di tutti gli orpelli e accompagnare lo spettatore al piacere dell’ascolto senza distrazioni; la traduzione in versi settenari incrociati, dunque in rima, porta ad un rigore linguistico e ad una armonia che non richiede nessun tipo di sforzo per essere ascoltato.
Molière è al centro, scuro, in mezzo a un mondo di colori pastello perché quella che intendevo portare in scena è una società che si differenzia nella foggia, ma non nella sostanza, a ben guardare tutti indossano gli stessi costumi, e la sua inquietudine si pianta sulle assi del palcoscenico senza bisogno di altri escamotages.
In scena c’è la ‘disperata vitalità’ di Alceste, che deve fare i conti con la rigidità dei suoi princìpi in contrasto con la compattezza di una società omologata nelle convenzioni. È solo davanti al potere, solo davanti ai benpensanti. L’uomo folle è deriso dalla società, ma in realtà è l’unico che riesce a cogliere la follia di chi lo circonda, vorrebbe isolarsi nei suoi ideali, la sua amata Célimène però non è disposta a seguirlo. Entrambi i personaggi appaiono alla fine in difficoltà, ma nella mia messa in scena non c’è volontà di giudizio; nessuno ha ragione, nessuno ha torto, la trama stessa si compone dall’evoluzione delle posizioni di ciascun personaggio. E credo stia proprio in questa assenza di giudizio e nell’esplorazione dei diversi punti di vista la vera essenza del Teatro, e dunque il mio omaggio a uno dei più grandi autori di tutti i tempi.
Andrée Ruth Shammah
Via Pier Lombardo, 14 – Milano
ORARI
martedì 3 Marzo – 20:30
mercoledì 4 Marzo – 19:45
giovedì 5 Marzo – 20:30
venerdì 6 Marzo – 19:45
sabato 7 Marzo – 15:00
sabato 7 Marzo – 19:45
domenica 8 Marzo – 16:15
martedì 10 Marzo – 20:00
mercoledì 11 Marzo – 19:45
INFO e BIGLIETTERIA
via Pier Lombardo 14
02 59995206
biglietteria@teatrofrancoparenti.it






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