RITORNO A CASA
PICCOLO TEATRO GRASSI
10 febbraio | 01 marzo 2026
Harold Pinter
Ritorno a casa
Massimo Popolizio
di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra
regia Massimo Popolizio
con Massimo Popolizio
e con (in ordine alfabetico)
Christian La Rosa, Paolo Musio, Alberto Onofrietti, Eros Pascale, Giorgia Salari
scene Maurizio Balò
costumi Gianluca Sbicca e Antonio Marras
luci Luigi Biondi
suono Alessandro Saviozzi
produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro di Roma – Teatro Nazionale,
Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
in collaborazione con AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali e Comune di Fabriano
Durata: un’ora e 40 minuti senza intervallo
Al teatro Grassi, dal 10 febbraio al 1° marzo, Massimo Popolizio dirige e interpreta, a sessant’anni dalla sua prima rappresentazione, Ritorno a casa, capolavoro di Harold Pinter.
IL PUNTO DI VISTA DI MARGARETH LONDO
Il sipario si apre e immediatamente la reazione è: wow! Che bella scenografia!
Subito la curiosità prende il sopravvento e la concentrazione ricade sullo spettacolo per comprenderne sviluppi e imprevedibilità.
La dissonanza tra la bellezza e la bruttura è evidente. I personaggi, che compaiono uno alla volta in scena, si presentano con colori, gesti, esclamazioni, espressioni sonore e facciali tali da comporre, nella nostra mente, un mondo completamente differente da quello che avremmo potuto aspettarci. Il gioco scenico fatto di colori, superfici, ingombri fissi e mobili, si sviluppa con l’inserimento, stridente, dei personaggi maschili che abitano quel luogo e nel cui interno esprimono le proprio vite limitanti. La dialettica senza moderazioni di sorta stride con le decorazioni della parete frontale di fondo e la differenziazione degli elementi di arredo ne scandisce la variopinta capacità di mimesi dei medesimi uomini che oscillano tra mondi paralleli sfiorati ma anche attraversati senza riportarne scalfiture evidenti, se viste sotto il profilo esteriore, tanto da non limitare la propria natura. Eppure, se portiamo l’attenzione più in profondità, ci accorgiamo che qualcosa non torna.
L’arrivo del figlio Teddy, professore di Filosofia in America, accompagnato da sua moglie Ruth, sbilancia l’equilibrio già instabile della famiglia dai chiari toni maschilisti e patriarcali: l’immagine della donna che loro hanno non è di alta considerazione ma piuttosto bassa.
Ruth, moglie, madre e unica donna presente in famiglia, vive un capovolgimento della propria storia e realtà tanto da scendere dall’altezza della propria immagine elegante e acculturata iniziale, per raggiungere un piano inferiore, molto differente da quello comunicato con i gesti e le parole esteriori.
Lo spazio scenico, anche qui, descrive il movimento di salire e di scendere, dall’alto al basso e viceversa.
Questo, sembra quasi accompagnare le reazioni dei personaggi: all’inizio della pièce gli uomini di casa salgono la scala per andare al piano superiore e dormine; Teddy, il figlio professore, che arriva di notte con la moglie, si muovono da un “fuori” a un “dentro”; Ruth che subito vuole tornare “fuori” per rientrare a tarda notte e imbattersi nel cognato Lenny…
I tagli delle luci sono puntuali e cinematografici. Abbiamo la sensazione che la scena si contragga in un luogo altro per quanto le ombre tagliano e trasformano i pieni in vuoti visivi ed emozionali.
L’espressività vocale dei personaggi hanno un ritmo musicale e le alternanze, pur nelle note pungenti, si stagliano su un sottofondo creato dalle pause, ora cadenzate ora vivaci e accompagnate dalle gestualità cariche di accenti e sospensioni. L’andamento che ne nasce diventa il filo rosso che lega tutti i protagonisti, li stringe nella morsa dell’azioni scenica e conduce il pubblico allo spiazzamento finale.
Ciò che fa sorridere, a partire dalle prime battute fino ai due terzi della pièce, subisce un repentino ribaltamento. I ruoli mutano la loro natura e le menti degli spettatori subiscono uno spiazzamento accompagnato da un sorriso stranito.
L’immagine della donna, dapprima travolta, svalutata e omologata, sul finale è ribaltata. Trasforma il potere cosiddetto forte dell’uomo, lo piega al suo volere e mostra chiaramente come l’arguzia femminile sia capace di riprendersi ciò che vuole.
In realtà, non vince davvero nessuno e, credo, possa racchiudersi in questo la reazione di spiazzamento sul finale del pubblico: la vittoria del maschile sul femminile iniziale e del contrario sul finale, a mio avviso, non eleva nessun vincitore reale. Piuttosto, svela la piccolezza umana senza bisogno di celarsi dietro al maschile o al femminile di genere; non ha scuse per coprire la nudità interiore davanti alla propria evidenza umana.
Margareth Londo
Ambientato in una claustrofobica casa alla periferia di Londra, lo spettacolo ritrae un vero e proprio “Gruppo di famiglia in un interno”, dove si innesca una spirale di tensioni e desideri repressi. In questo soffocante contesto casalingo, la cui solitudine è spezzata solo da continue liti familiari, ritroviamo il padre Max (Massimo Popolizio), ex macellaio e frequentatore di ippodromi, con i suoi figli Lenny (Christian La Rosa), un trentenne ex “pappa” che si vanta di avventure erotiche violente con tendenze mitomani, e Joey (Alberto Onofrietti), il fratello più giovane aspirante pugile professionista ma il più fragile della famiglia; insieme a loro convive lo zio Sam (Paolo Musio), che guida un taxi non suo e vive a spese del fratello Max, subendone i continui rimproveri.
Il precario equilibrio familiare viene sconvolto dall’arrivo notturno del figlio Teddy (Eros Pascale), affermato professore di filosofia, che dopo sei anni torna dall’America con l’enigmatica moglie Ruth (Giorgia Salari), madre dei loro tre figli, presentandola al padre, allo zio e ai fratelli. Unica figura femminile in un contesto maschile, Ruth accende desideri e scatena dinamiche conflittuali, facendo evolvere la sua apparente fragilità in una strategia di controllo e potere che incrina l’isola di solitudine domestica e la trasforma da vittima passiva in carnefice. Accettando la proposta di prostituirsi e usando la mercificazione del proprio corpo come strumento consapevole per esercitare il dominio sugli altri, Ruth si rivela una forza destabilizzante che sovverte l’ordine familiare e sociale.
Ciò che accadrà ribalterà l’equilibrio già precario di quella famiglia. Il cinismo, la cattiveria, l’humor di Pinter raggiungono la massima espressione in questa opera del 1964, dalla struttura quasi cinematografica, che Massimo Popolizio traduce in una messinscena “pericolosamente” divertente, muovendosi tra umorismo e tragedia con un ritmo quasi da “spartito emotivo e linguistico”, per svelare le tensioni psicologiche e i silenzi eloquenti tipici della scrittura pinteriana. Con un approccio radicale e innovativo Popolizio affronta questo testo, fondamentale del teatro contemporaneo, portando alla luce le sue inquietanti verità sulla natura umana e sulle dinamiche di potere all’interno della famiglia.
Massimo Popolizio, perché Harold Pinter e perché Ritorno a casa in particolare?
Nella mia carriera, ho attraversato numerosi testi che riguardano la famiglia e le sue disfunzioni. La pièce di Pinter mi permetteva di guardare a quell’orrore attraverso la lente di uno humour tutto britannico, con quella cattiveria e quel cinismo fulminante che solo questi autori possiedono: si parla del baratro delle relazioni familiari, ma siamo in realtà davanti a una commedia. Credo che Ritorno a casa – assieme a Tradimenti che avevo interpretato anni fa – siano gli unici testi di Pinter praticabili, almeno per noi italiani, perché possiedono una trama chiaramente identificabile.
Si parlava, ai tempi in cui venivano pubblicate le sue commedie, e si parla ancora oggi della crudezza del linguaggio di Pinter. Che cosa ne pensi?
Pinter impiega un linguaggio volutamente basso, per lo meno in questa commedia, totalmente alieno dalle regole del politicamente corretto, come è logico che sia, dal momento che ai suoi tempi non si sapeva cosa fosse. L’unico personaggio che si esprime in maniera differente è Teddy, il figlio professore, che ha abbandonato la casa paterna ed è partito per l’America dove è diventato docente universitario. Peraltro, è molto dileggiato per il suo lavoro, e in questo c’è anche la complicità di Pinter, che mostra di non avere particolare simpatia per gi intellettuali. Un discorso a parte merita Ruth, l’unico personaggio femminile, con le sue molteplici zone d’ombra: di questa donna – che è poi, a mio avviso, la vera protagonista della pièce – sappiamo che ha sposato Teddy il giorno prima che la coppia partisse per gli Stati Uniti. È accaduto in segreto, i due se ne sono andati e sono scomparsi per sei anni, nel corso dei quali hanno anche avuto tre figli. Ora, durante un viaggio in Europa, in Italia – naturalmente a Venezia – Teddy ha deciso di far tappa a Londra, per presentare la moglie al padre e ai fratelli. Ma chi è davvero Ruth? Dice di aver fatto la modella, “una modella con il corpo”, e immediatamente pensiamo a qualcosa di ambiguo. Forse era immischiata in qualcosa di losco, forse Teddy l’ha sottratta a una vita torbida. Certamente, a un certo punto Ruth compie un gesto estremamente forte, che mette tutti a disagio, ma soprattutto pronuncia parole sconvolgenti che capovolgono completamente lo scenario. Da quel momento in poi, la commedia diventa pericolosa, perché può avere degli sviluppi imprevedibili: può accadere qualcosa che non sappiamo che cosa sarà, se non che Ruth, alla fine, riuscirà a manipolare questa famiglia patriarcale. Ma al di là del tema del linguaggio “scandaloso” che, ripeto, per me non è affatto il vero problema, semmai la lingua di Pinter può essere complessa da restituire, per noi che lo mettiamo in scena in Italia, per un altro motivo: in Inghilterra, quando una persona apre bocca, immediatamente il suo interlocutore capisce dove ha studiato, dove abita e quanto guadagna. Questo perché nel Regno Unito esiste un fenomeno che si chiama accento di classe. Nel caso di Ritorno a casa, la traduzione di Alessandra Serra restituisce un linguaggio estremamente diretto, che permette di individuare un certo tipo di famiglia e di ceto sociale. Credo sarebbe stato un errore trasportarlo in quartiere simile di una nostra metropoli, Torino, Milano o Roma: è – e rimane – un’ambientazione profondamente inglese, come abbiamo cercato, con l’aiuto della scena di Maurizio Balò, di riprodurre anche nel nostro spettacolo; logicamente uno scenario inglese visto dai nostri occhi di italiani.
Qual è per te la cosa più importante per recitare correttamente Pinter?
Penso sia importante mantenere molto serrato il ritmo dello spettacolo e della recitazione. L’taliano, diversamente dall’inglese, ha accenti e sillabe. Le battute di Pinter hanno un loro preciso ritmo interno, e basta distrarsi un attimo, dare un’accentazione diversa, che la scrittura s’appesantisce. Una delle cose che ho imparato, quando ho recitato nella Lehman Trilogy di Ronconi, è stata proprio che le battute hanno quel ritmo ed è come recitare in versi: un numero di sillabe deve essere pronunciato in un determinato tempo. E veniamo qui al tema delle pause, che Pinter indica nelle sue note e che sono necessarie perché, quando si arriva così “di volata” dalla battuta precedente, una pausa di sospensione è necessaria.
Una piccola avvertenza per il pubblico?
Ci siamo divertiti, qua e là, a inserire dei riferimenti al cinema. C’è qualcosa di Blow Up, naturalmente di Trainspotting, qualche piccola citazione dai fratelli Coen. È un mondo di riferimenti che, costruendo un Pinter oggi, non si può fare a meno di evocare. Peraltro, il tono grottesco della commedia, in realtà, ci è molto utile: a teatro riusciamo a guardare in faccia l’orrore del mondo e a tornare a casa senza sentire il bisogno di suicidarci!
| SEGNALIBRO
Harold Pinter. Il teatro del potere, il potere del teatro
L’eredità artistica e culturale di Harold Pinter, premio Nobel nel 2005, è al centro di Harold Pinter. Il teatro del potere, il potere del teatro, volume a cura di Roberto D’Avascio, Bianca Del Villano e Annamaria Sapienza che, attraverso diversi contributi, testimonia la persistente vitalità di un autore, regista e attore che ha profondamente trasformato il modo di scrivere e pensare il teatro nel secondo Novecento. Il libro alterna studi analitici e testimonianze di personalità che hanno incontrato l’universo pinteriano. L’obiettivo è restituire un ritratto di Pinter oggi, evidenziando la presenza ancora viva ma poco esplorata della sua opera contemporanea. Ne dialogano Roberto D’Avascio, tra i curatori del volume, docente di Letteratura Inglese all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” e di Storia del Teatro all’Università degli Studi di Salerno e Margaret Rose, docente di Storia del Teatro inglese all’Università degli Studi di Milano.
Venerdì 13 febbraio, ore 17.30, Chiostro Nina Vinchi
con Roberto D’Avascio e Margaret Rose
| CHI È DI SCENA?
A pochi minuti dal “chi è di scena”, il pubblico e operatrici e operatori del teatro hanno l’occasione di incontrarsi in un momento di confronto informale sui temi di Ritorno a casa di Harold Pinter, nuovo spettacolo diretto e interpretato da Massimo Popolizio.
giovedì 19 febbraio, ore 18, foyer Teatro Grassi
| PAROLE IN PUBBLICO – DOBBIAMO PARLARE!
Massimo Popolizio incontra Oliviero Ponte di Pino
Di Harold Pinter si è detto che il suo è “il teatro della minaccia”, dal momento che le situazioni da lui descritte, apparentemente ordinarie e quotidiane, all’improvviso svoltano, trasformandosi in scenari grotteschi e inquietanti. È il caso anche di Ritorno a casa, dove il rientro in famiglia di un figlio che ha costruito la propria vita altrove è portatore di un inaspettato ribaltamento di ruoli. Ma Pinter permea i suoi testi anche di un’abbondante dose di humour e sarcasmo, una chiave che Massimo Popolizio non ha mancato di valorizzare nel proprio allestimento. Il regista e interprete (nel ruolo del patriarca Max) dello spettacolo ne parla con Oliviero Ponte di Pino, giornalista, scrittore, autore radiofonico, animatore culturale, curatore del programma di BookCity a Milano e fondatore del sito Ateatro.it. Modera l’incontro Roberta Carpani, docente di Discipline dello Spettacolo all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Mercoledì 25 febbraio, ore 18, Chiostro Nina Vinchi
con Massimo Popolizio, Oliviero Ponte di Pino. Modera: Roberta Carpani
Via Rovello, 2 – M1 Cordusio
ORARI
Orari: martedì, giovedì e sabato ore 19.30; mercoledì e venerdì ore 20.30; domenica, ore 16. Lunedì riposo.
Le recite del 14, 15, 21, 22, 28 febbraio e 1° marzo sono sovratitolate in inglese e in italiano a cura di Prescott Studio.
Le repliche del 14 e 15 febbraio sono parte del progetto Piccolo Aperto realizzato con il contributo di Fondazione di Comunità Milano.
La replica di domenica 15 febbraio è arricchita da un touch tour dedicato al pubblico cieco e ipovedente, alla scoperta dei costumi e degli elementi scenografici, seguito dall’audiodescrizione dello spettacolo trasmessa in cuffia. L’audiodescrizione è realizzata grazie alla collaborazione con Centro Diego Fabbri ETS di Forlì, nell’ambito del Progetto Teatro No Limits.
Per info e prenotazioni: accessibilita@piccoloteatromilano.it
Informazioni e prenotazioni 02.21126116 – www.piccoloteatro.org






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